N° 25041 - 10/06/2014 9:58 - Stampa - -

DISCUSSIONE DELLA SETTIMANA

Biomasse? Una brutta faccenda…

Coltivare consumando suolo, acqua, energia e risorse per poi…usare ciò che si è coltivato come combustibile: una faccenda che, fin dall’inizio, seppur sbandierata come la nuova frontiera dell’energia rinnovabile e sostenibile, lasciava dubbi enormi, poneva contraddizioni irrisolvibili. Una scelta che oggi sta mostrando tutti i suoi limiti.di Laura Lincesso.

Dopo il rapporto choc di Nomisma , secondo cui le biomasse risultano più inquinanti del gasolio, oltre che del gpl e del metano, restano pochi dubbi sulle contraddizioni che questa scelta di politica energetica si porta dietro. Anche le commissioni europee lo hanno ammesso: le biomasse di origine alimentare favoriscono la deforestazione, quindi ora vorrebbero indirizzare gli incentivi verso le biomasse di origine non alimentare (in sostanza i rifiuti e qui si potrebbe aprire un altro capitolo). Eppure si continuano a prevedere incentivi e si ha quasi la sensazione che la crisi del settore agricolo europeo possa trovare nelle agroenergie un nuovo sbocco produttivo. Finanziamenti pubblici in questo senso sono previsti anche dalla nuova Politica Agricola Comunitari(PAC) 2014-2020 per colture da “energia” quali: mais, barbietola, che possono essere trasformate in alcool, e colza, girasole, soia che possono essere trasformate in olio combustibile.

 E’ bene analizzare con senso critico la questione.

 Non ci sono solo il rapporto Nomisma e il parere delle commissione UE a mettere in allerta. Analisi energetiche di “sistema”, che considerano cioè tutta la filiera produttiva, dal costo energetico per la produzione di fertilizzanti e dei pesticidi al processo di trasformazione, forniscono risultati critici circa la sostenibilità di questo sistema produttivo. Da queste ricerche, svolte da specialisti del settore, la trasformazione di biomassa in bio-combustibili liquidi (bioalcol o biodisel) risulta essere inefficiente dal punto di vista energetico. Ad esempio, per produrre 100 unità energetiche di bioalcol da mais, il processo ne richiede circa il 30% in più; così come per ottenere 100 unità energetiche di biodisel da girasole ne servono 200 (il 100% in più). In laboratorio la trasformazione dell’amido di mais in alcol è un processo fattibile ed efficiente. Quando però si passa dal laboratorio alla realtà, dobbiamo tener presente che le cose si complicano. Molti altri criteri ed indicatori devono essere introdotti, per esempio tutti i costi energetici relativi alla produzione del mais e allo smaltimento dei residui, l’impatto ambientale di questa coltura, gli effetti sul sistema agroalimentare della trasformazione di grandi quantità di mais in combustibili.

 Ci sono però anche studi secondo cui se gli impianti a biomassa sono piccoli e utilizzano scarti o comunque si basano su una filiera corta, potrebbero avere qualche chance in più.

 Un altro aspetto è dato dal fatto che la produzione di agroenergia porta necessariamente all’adozione della monocoltura intensiva, quindi, con un grande uso di fertilizzanti e pesticidi e con un relativo impatto sul territorio che contrasta con gli stessi obiettivi della PAC in merito alla conservazione della qualità dell’ambiente, della biodiversità e della salute del suolo. Il rapporto indica che la conversione di colture alimentari in colture energetiche sta accelerando, e se questo processo rimane incontrollato, oltre che ad un notevole aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, avrà un impatto negativo anche sulla biodiversità e potrebbe causare un aumento netto delle emissioni di gas serra invece che una riduzione di queste (Gallagher, 2008).

 Il terzo elemento da considerare è che la produzione di agroenergie ha pesanti ricadute sociali poiché la trasformazione di queste colture di sussistenza in carburanti sta causando l’aumento dei prezzi degli alimenti con gravi ripercussioni sulla sicurezza alimentare delle popolazioni dei paesi poveri. Un rapporto riservato della Banca Mondiale scoperto e reso pubblico dal quotidiano britannico The Guardian (Chakrabortty, 2008), attesta che il 75% del rincaro dei prezzi degli alimenti di questi ultimi tempi (i prezzi sotto esame sono cresciuti del 120% tra il 2002 e il febbraio 2008) può essere imputato all’effetto delle politiche nazionali e internazionali sui biocarburanti. Fatte queste premesse, non si può non considerare nella definizione di una politica agroenergetica nazionale e globale, questioni come la sicurezza alimentare o l’impatto ambientale che queste produzioni hanno sugli ecosistemi. Infine, si dovrebbe anche rivedere la domanda di energia e quindi il sistema di consumi, cercando allo stesso tempo di investire in differenti energie alternative, quale il solare termico, soprattutto in quei paesi dove il sole abbonda, l’eolico, e il fotovoltaico, quest’ultimo ancora poco efficiente ma con possibili prospettive di miglioramento.