nov 19 2013

Fondi strutturali europei, opportunità per l’Umbria: gli obiettivi sui quali puntare con decisione

Fra cinque mesi ci sarà l’assegnazione per il settennato 2014-2020. Se ne è parlato al convegno ‘L’Europa ad Assisi, l’Europa in Umbria

Cosa ci aspettiamo dall’Europa? E come può fare l’Europa per noi? Domande tutt’altro che banali, in vista delle ormai prossime elezioni europee – e del semestre di presidenza italiana della Ue – e soprattutto dell’assegnazione dei fondi strutturali 2014-2020, elemento indispensabile per la futura pianificazione degli investimenti delle amministrazioni locali. Di questo si è parlato al convegno ‘L’Europa ad Assisi, l’Europa in Umbria’, promosso dalla Commissione europea e dai centri di informazione Europe direct Umbria (a Casina di Deruta) e Europe direct Terni, lunedì mattina all’auditorium Domus pacis di Santa Maria degli Angeli. Continua

nov 19 2013

Regione, 3 milioni spesi per premi e indennità dei dirigenti

Uno ogni quattro fa il “capetto”. In Regione, un dipendente ogni quattro viene pagato – un quid in più da sommare allo stipendio – per organizzare un certo lavoro, anche quello dei colleghi. Si chiamano

“posizioni organizzative” e valgono dai 6 ai 12mila euro l’anno di indennità.

Ben inteso: non sono dirigenti, stanno un gradino sotto. Passeggiando nei corridoi della Regione è facile incontrare una posizione organizzativa, perché ce ne sono 280 su mille dipendenti. Continua

nov 19 2013

Regimi fiscali: durata, adempimenti e tenuta contabilità

Ecco i regimi fiscali e contabili fruibili da parte dei soggetti che intendono iniziare una nuova attività nuova attività nuova attività d’impresa o professionale, nonché di coloro che, già in attività, sono tenuti a verificare la possibilità di continuare a fruire dell’attuale regime o meno.

Nuove iniziative produttive (c.d. “forfettino”)

REQUISITI

Persone fisiche che iniziano una nuova attività d’impresa (incluse le imprese familiari), di arti o professioni ricavi/compensi max 30.987,41 o 61.974,83 euro

DURATA

 Per il periodo d’inizio dell’attività e per i due successivi…...Continua

nov 19 2013

Pensione 2014 per periti industriali: Ecco le istruzioni dell’Eppi

L’Eppi è l’ente di previdenza dei periti industriali e dei periti industriali laureati. Nato nel 1997 con il decreto legislativo 103/96, si occupa della previdenza obbligatoria di tutti i periti industriali iscritti negli appositi collegi, che esercitano l’attività professionale autonoma nelle sue diverse forme.

L’Eppi si occupa anche dei servizi previdenziali a favore dei suoi iscritti come la pensione di vecchiaia. Ecco tutte le informazioni utili ai fine dell’accesso alla pensione per periti industriali e periti industriali laureati. Continua

nov 19 2013

Scadenzario con «date uniche» sui siti della P.A. messo a punto il Dpcm che dettaglia le modalità di pubblicazione

Ogni sito web istituzionale delle pubbliche amministrazioni deve avere uno scadenzario degli obblighi amministrativi diviso in due sezioni: una per le imprese ed una per i cittadini.

La novità è dettagliata in un decreto del presidente del Consiglio, adottato su proposta del ministro per la Pubblica amministrazione Gianpiero D’Alia, che spiega le modalità di pubblicazione delle “date uniche” di efficacia dei nuovi obblighi amministrativi.

Le «date uniche» nel decreto «del fare»

Quella delle “date uniche” è una semplificazione introdotta dal decreto «del fare» ed è già in vigore.

nov 19 2013

NUOVI KIT VIDEOCITOFONICI DELLA TICINO

CLICCA QUI PER LEGGERE LE CARATTERSTICHE TECNICHE

nov 18 2013

Sulla responsabilità del DdL e del RSPP per la mancata formazione

Responsabili il datore di lavoro e il RSPP di una cooperativa per l’infortunio occorso ad un operaio comune adibito a una mansione qualificata senza la preventiva formazione e senza l’addestramento all’uso dell’attrezzatura utilizzata. Di G. Porreca.

Una sentenza questa della Corte di Cassazione che pone in evidenza l’importanza, ai fini della prevenzione degli infortuni, della formazione dei lavoratori per lo svolgimento della mansione alla quale sono adibiti nonché dell’addestramento degli stessi all’uso di attrezzature di lavoro ad essi affidati. La suprema Corte ha infatti confermata la sentenza di condanna inflitta nei gradi inferiori di giudizio sia al Presidente di una cooperativa, in qualità di datore di lavoro, che al responsabile del servizio di prevenzione e protezione dell’azienda ritenuti responsabili di un infortunio mortale occorso ad un dipendente della cooperativa stessa durante alcuni lavori boschivi ed in particolare durante l’abbattimento di un grosso pino mediante l’uso di una motosega. Al Presidente della cooperativa era stata addebitata la colpa di non avere organizzato dei corsi di formazione e addestramento dei neoassunti che avrebbero richiesto l’impiego di risorse finanziarie e la riduzione delle ore di lavoro attivo mentre al RSPP è stato imputato l’inadempimento a siffatto obbligo pacificamente rientrante nelle proprie mansioni.

Aggiornamento quinquennale lavoratori Lavoratori – Aggiornamento quinquennale lavoratori

Corso di aggiornamento quinquennale per lavoratori di tutti i settori o comparti aziendali.

L’evento e le condanne nei primi gradi di giudizio

Il Presidente del consiglio di amministrazione e legale rappresentante di una società cooperativa a r.l. ed il responsabile del servizio di prevenzione dei rischi e responsabile aziendale per la sicurezza della cooperativa stessa sono stati tratti a giudizio dinanzi al Tribunale per rispondere del delitto p. e p. dall’art. 113 c.p., art. 589 c.p., comma 2 perché, in cooperazione colposa tra loro, per colpa generica ovvero per negligenza, imprudenza, hanno cagionata la morte di un operaio comune avventizio, dipendente sella cooperativa, che, mentre era intento ad abbattere con il solo uso della motosega un pino del diametro di 25-30 cm. circa, la cui chioma era rimasta impigliata nella vicina vegetazione, omettendo di adottare le corrette procedure e di usare le anzidette attrezzature complementari che gli avrebbero consentito di operare in condizioni di maggior sicurezza, veniva schiacciato mortalmente dal peso del pino che improvvisamente si spostava dalla posizione di stallo, rotolandogli addosso. L’imperizia contestata era consistita nell’aver omesso di informare e formare adeguatamente l’operaio comune avventizio, nell’avergli affidato un lavoro di taglio boschivo con uso di motosega, nell’aver omesso di prevedere il caso del cosiddetto “albero impigliato” nel piano operativo/sostitutivo di cantiere, trattandosi di evenienza frequente nei lavori di diradamento boschivo, e nell’aver omesso infine di fornire all’operaio le attrezzature complementari per affrontare la procedura di abbattimento di un albero impigliato quali la leva d’abbattimento, lo zappino ed il “triforte”.

Con riferimento alla dinamica dell’infortunio il Tribunale, sulla base di quanto emerso dall’istruttoria, ha ritenuto che l’operaio avesse erroneamente proceduto all’abbattimento dell'”albero impigliato”, avendo effettuato il secondo taglio dell’albero senza lasciare la cosiddetta cerniera o lasciandone una insufficiente a sostenere il peso dello stesso di guisa che questo, una volta libero, ha effettuata una rotazione incontrollata attingendo la vittima all’addome ed ha ravvisato peraltro il nesso di causa tra i comportamenti commissivi ed omissivi ascritti agli imputati nel capo di imputazione e l’evento accaduto.

La Corte di Appello ha successivamente confermata la pronunzia di primo grado, rimarcando, in particolare la sussistenza, al di là di ogni ragionevole dubbio, del nesso di causa fra l’infortunio, cagionato dalla mancata formazione e dall’omesso addestramento dell’operaio, incaricato ciononostante di usare la motosega pur in difetto della necessaria qualifica di operaio specializzato, così come contestato agli imputati, e l’evento.

Il ricorso in Cassazione e le decisioni della suprema Corte

Entrambi gli imputati hanno proposto ricorso per cassazione tramite lo stesso difensore adducendo una serie di motivazioni. Gli imputati hanno sostenuto, in particolare, che l’evento mortale non era stato cagionato dalla mancata formazione del lavoratore infortunato il quale, grazie all’esperienza maturata nel taglio boschivo, aveva operato correttamente nell’abbattimento dell’albero e nella risoluzione delle difficoltà che presentava il caso del cosiddetto albero appoggiato, ma da fatti sopravvenuti, imprevedibili ed eccezionali avendo provocato la contro-spinta esercitata sul tronco dall’albero di appoggio, la rottura della cerniera lasciata secondo la consueta prassi, una frazione di secondo prima del previsto, allorché il lavoratore stava riponendo a terra la motosega e che inoltre, dopo l’incidente, durante il ricovero in ospedale, un’ulteriore serie di sfortunate circostanze ed in particolare la patologia cardiaca avevano provocata la morte dell’operaio. Il Presidente della cooperativa, in particolare, ha sostento di non essere consapevole degli interventi in materia di sicurezza del personale e di limitarsi solo ad un controllo sotto il profilo formale e che aveva delegato alle mansioni in materia di attività formativa il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, titolare di apposita delega di mansioni con possibilità di spesa e di investimento.

La Corte di Cassazione ha ritenuto i ricorsi infondati e li ha pertanto respinti. Secondo la stessa, la Corte distrettuale aveva congruamente e logicamente ritenuto che la causa dell’infortunio fosse da individuare “esclusivamente nella mancata formazione e nel mancato addestramento dell’operaio” e nell’averlo adibito nell’impiego della motosega (con la quale aveva svolto solo poche ore di lavoro) affidandogli in tal modo mansioni proprie di un dipendente specializzato nonostante la qualifica di operaio comune avventizio. ”La vittima pertanto”, ha ribadito la Sez. IV, ”in difetto di adeguato addestramento nel taglio degli alberi di alto fusto e di esperienza consolidata nel tempo nell’uso di detto strumento di lavoro, non fu in grado di supplire a tale deficit formativo ed addestrativo, nel raffrontare in sicurezza il “pur minimo imprevisto” presentatosi nella concreta situazione di ‘albero impigliato’ (non caduto a terra, dopo il primo taglio del tronco, perché sostenuto dalle chiome degli alberi esistenti a valle) nella quale, trovandosi ad abbattere un pino di cm. 30 circa di diametro, cresciuto su di un terreno in pendenza, ebbe ad effettuare un secondo taglio a circa un metro dal primo senza lasciare la cerniera ovvero lasciando una cerniera insufficiente a sostenere il peso dell’albero che, libero del peso del troncone di un metro, ha effettuato una rotazione colpendo l’operaio all’addome”.

“Ciò posto”, ha proseguito la suprema Corte, “nessun dubbio poteva quindi sussistere in ordine alla responsabilità per colpa, ascritta ad entrambi gli imputati in ordine alle acclarate condotte commissive ed omissive per il mancato svolgimento di apposti corsi di formazione sul taglio degli alberi con l’ausilio della motosega, previsti solamente ‘sulla carta’ ed, invece, ‘significativamente tenuti ed organizzati solo dopo questo infortunio’ come altresì sottolineato dalla sentenza di primo grado”.

Al responsabile del servizio di prevenzione e protezione e responsabile aziendale della sicurezza, ha così proseguito la Sez. IV, “si deve imputare il grave inadempimento a siffatto obbligo pacificamente rientrante nelle proprie mansioni, a tanto non potendo supplire il mero affiancamento ‘del neo assunto ad un operaio esperto’ quale procedura di addestramento impiegata fino alla data dell’infortunio”. Neppure il rappresentante legale della cooperativa, ha quindi concluso la suprema Corte, “può andare esente da responsabilità, diversamente da quanto sostenuto dalla difesa, per aver tollerato (e di fatto avallato) la mancata effettuazione dei corsi di addestramento per i neo – assunti che avrebbero reso necessario l’impiego di risorse finanziarie e la riduzione delle ore di lavoro attivo degli operai, trattandosi di scelte in materia di organizzazione gestionale della cooperativa, facente capo esclusivamente al suddetto imputato in posizione apicale”.

nov 18 2013

No alla patente a punti in edilizia, Aniem: ‘Cosi’ si uccide un settore’

“Aspettavamo l’avvio di una fase di modernizzazione e di semplificazione, rischiamo di ritrovarci l’ennesimo balzello, non se ne può più. Interveniamo su formazione e bilateralità, possiamo liberare reddito per i lavoratori.”

Aniem, l’associazione nazionale imprese edili manifatturiere aderente a Confimi Impresa, esprime tutta la propria contrarietà al preannunciato varo della patente a punti in edilizia, oggetto di un Dpr che dovrà passare l’esame del Consiglio dei ministri.

“Siamo da sempre favorevoli a una vera qualificazione delle imprese – si legge nella nota – fin dal loro accesso al settore, ma questo provvedimento è assurdo, tende a uccidere proprio chi vuole operare in modo corretto e rispettoso della sicurezza dei lavoratori che, con la loro professionalità e affidabilità, costituiscono certamente il patrimonio fondamentale delle imprese, soprattutto delle pmi che hanno un legame fortissimo con la loro manodopera”. Leggi

nov 18 2013

Coperture metalliche, arriva la nuova UNI 10372:2013

Elaborata da un gruppo di lavoro formato da rappresentanti del mondo dell’industria, dell’università e delle associazioni di categoria, la nuova UNI 10372:2013 “Coperture discontinue – Istruzioni per la progettazione, l’esecuzione e la manutenzione di coperture realizzate con elementi metallici in lastre” si inserisce nel quadro di una più ampia revisione di norme che riguardano in generale le coperture degli edifici.

La nuova norma è complessa, sebbene il suo campo sia ristretto alle sole coperture metalliche: bisogna ricordare che il tetto è un sistema articolato e che il manto interagisce con altri elementi edili. Non si tratta solo di specificare le caratteristiche tecniche dei materiali o quali aggraffature impiegare in funzione della pendenza, ma è necessario riportare moltissime informazioni tecniche sul fissaggio, gli isolamenti, la presenza di corpi sporgenti, l’effetto degli agenti atmosferici e altri aspetti apparentemente secondari che però stanno a monte della corretta progettazione e installazione. Leggi

nov 17 2013

Compravendite senza APE valide ma punite con 500 euro di multa

il Consiglio dei Ministri esaminerà in una delle prossime riunioni il Collegato Sviluppo alla Legge di Stabilità 2014 che propone di sanzionare con una multa da 500 euro i contratti di compravendita immobiliare sprovvisti di Attestato di Prestazione Energetica (APE), ritenendoli comunque validi. Via libera invece per il Collegato Ambiente, che istituisce un Fondo da 10 milioni di euro per la demolizione degli immobili abusivi, e prevede incentivi alla green economy e agli appalti verdi e unifica le commissioni Via, Vas e Aia. Leggi

nov 16 2013

Leasing, bollo auto sempre a carico dell’utilizzatore

È l’utilizzatore a dover pagare il bollo auto del veicolo concesso in leasing dal 15 agosto 2009, senza alcuna solidarietà con la società di leasing proprietaria del bene. A precisarlo è la Ctp Milano nella sentenza 531/26/2013 depositata l’8 novembre scorso (contestualmente a circa quattrocento pronunce identiche sulla medesima questione), la quale ha accolto le ragioni di una società di leasing a cui la Regione Lombardia aveva richiesto il pagamento del bollo sulle autovetture concesse in locazione finanziaria. Continua

nov 16 2013

Certezza pagamenti per i professionisti: l’intervista ai promotori della petizione nazionale

Certezza pagamenti e dignità della professione tecnica: con questi due obiettivi è partita sul web una petizione a cui sono chiamati ad aderire tutti i professionisti d’Italia, per fare sentire la propria voce e lanciare un appello al mondo politico sulla situazione in cui si trovano costretti a lavorare architetti, ingegneri, geometri, geologi e periti industriali.

Ma qual è la motivazione che ha spinto i professionisti protagonisti di dell’iniziativa ad affrontare questa sfida? Cosa chiedono e cosa vogliono ottenere? Quali risposte hanno avuto? Continua

nov 16 2013

Todi, al via un piano per tornare a "gestire" le acque meteoriche

Pianificata dal Comune la pulizia sistematica di griglie e caditoie stradali: il servizio è stato affidato alla Gesenu; sul sito web dell’ente pubblicato il calendario degli interventi affinchè i cittadini possano monitorare l’esecuzione.

A Todi continua il potenziamento dei servizi di manutenzione della città. Questa volta gli interventi riguardano l’annosa questione della pulizia delle griglie e delle caditoie stradali per la raccolta delle acque meteoriche.

Per la prima volta, partendo dai dati raccolti in passato dalla Comunità Montana, è stata effettuata una mappatura completa dei punti di raccolta delle acque piovane presenti sul territorio comunale, che risultano essere ben 1228, e si è predisposto un calendario completo di interventi. La novità si inserisce all’interno della convenzione sottoscritta tra Comune di Todi e Gesenu, individuato quale soggetto esecutore delle pulizie.    Leggi

nov 16 2013

Raggruppamenti temporanei di professionisti- Il giovane professionista.

L’art. 46, comma 1 del Codice è inapplicabile qualora l’offerta di un RTP non indichi nominativamente il giovane professionista.

Nel caso in cui l’offerta di un raggruppamento temporaneo di professionisti non indichi nominativamente il giovane professionista, ai sensi dell’art. 90, comma 7 del Codice Appalti, l’istituto del soccorso istruttorio (ex art. 46, comma 1 del Codice) non è applicabile.

Lo ha stabilito il Tar Campania-Napoli, sezione I, con la sentenza n. 5087 del 13 novembre 2013.

OBBLIGO DI INDICARE UN GIOVANE PROFESSIONISTA QUALE PROGETTISTA. L’art. 253 del d.P.R. n. 207/2010 prevede che, in attuazione dell’art. 90, co. 7 del Codice, “i raggruppamenti temporanei … devono prevedere quale progettista la presenza di almeno un professionista laureato abilitato da meno di cinque anni all’esercizio della professione secondo le norme dello Stato membro dell’Unione europea di residenza. Ferma restando l’iscrizione al relativo albo professionale il progettista presente nel raggruppamento può essere: ….. Continua

nov 16 2013

Lettera aperta di un ingegnere italiano

Come ogni mattina, anche oggi mi sono svegliato presto; per dovere, e per abitudine, scorro il consueto promemoria, osservo intorno a me e vado avanti. Mi ritrovo così nel mio studio, nella stanza di lavoro; una mia fotografia di vent’anni fa, appesa alla parete, restituisce un’immagine del passato: io nel ghiacciaio del Monte Bianco, con zaino sulle spalle e atteggiamento fiero, di colui che esplora la vita, con tutte le sue meraviglie.

 Avevo ventisette anni, laureato in ingegneria, abilitato all’esercizio della professione, servizio militare assolto. La montagna, la sua vetta, lo spazio rarefatto del ghiacciaio, l’acqua dei ruscelli, rappresentavano un premio per i normali impegni di studio e di lavoro; i miei genitori potevano essere orgogliosi di me, i loro sacrifici erano stati onorati, e anch’io ne ero fiero.

 Per me, che venivo da un piccolo paese di provincia, arrivare a Roma era già una conquista. Andai ad abitare in un piccolo appartamento del quartiere Aurelio – lontano dall’università – che condividevo con mio fratello. Mi alzavo alle cinque e dieci del mattino (prendevo tre autobus) per evitare il traffico di Roma e per giungere in tempo all’università. Con i compagni di corso ci imbucavamo in qualsiasi spazio libero, per ripassare le lezioni, in attesa della riapertura delle aule per le esercitazioni del pomeriggio. Ricordo un giorno in cui, insieme ad un amico calabrese, per la preparazione all’esame scritto di “Fisica Uno”, ci rifugiammo in un’aula della facoltà di Economia e Commercio, adiacente alla sede di ingegneria di Via Castro Laurenziano. Un’aula spaziosa occupata da poche persone, nelle prime file verso la cattedra; noi eravamo nell’ultima fila, distaccati dal gruppo di studenti. Erano circa le tre del pomeriggio quando, nel silenzio delle persone presenti, udimmo una voce: “Ehi voi, lassù! Vi faccio passare la voglia di disturbare. Uno di voi venga alla lavagna!” Era la voce del professore di “Matematica Generale” che si accingeva ad iniziare la lezione. Non ci eravamo accorti della sua presenza, mentre ripassavamo tra di noi gli appunti di fisica. Andai alla lavagna, senza dire al professore che non ero uno studente della facoltà di Economia. Mi fece risolvere un limite, una derivata e un’integrale e poi disse: “Va bene, vai a posto!” Ci furono altri episodi simili, nelle aule di Economia e Commercio, in quelle di Biologia e in altri luoghi che utilizzavamo esclusivamente per lo studio. Spesso ci ritrovavamo a studiare all’interno di un vecchio pulmino “Fiat 900″, quello dal profilo tronco e bombato.

 Ricordo le lotte politiche per il diritto allo studio. Mi impegnai, in prima persona, per evitare l’introduzione del numero chiuso, contribuendo a raccogliere le necessarie firme all’ingresso delle aule di Via Castro Laurenziano e di Via Scarpa. Ancora oggi credo fermamente che qualsiasi attività, anche quella dello studio, vada sperimentata sul campo, con una selezione meritocratica naturale, senza “quiz americani”, che premiano spesso chi passa il tempo con divertimenti enigmistici, secondo una logica superficiale che bypassa qualsiasi realtà complessa. Faccio un esempio: i corsi del biennio iniziavano alla fine di settembre, con una frequenza che arrivava a sfiorare le trecento persone; dopo le festività natalizie solamente un terzo degli studenti continuava a seguire i rispettivi corsi. Questa è la selezione naturale! Nei corsi del triennio la selezione continuava, fino ad arrivare all’agognata laurea, che incoronava un “culturista del sapere”, preparato ad hoc per sopportare il peso delle future competizioni.

 Erano i primi anni novanta quando, per mia deliberata scelta, iniziai la libera professione di ingegnere. Ricordo l’emozione del mio primo lavoro, la cura ossessiva dei dettagli tecnici, lo scambio di opinioni con i colleghi più esperti, ore ed ore di ininterrotto lavoro, saltando spesso il pranzo o la cena, il tutto per imparare a lavorare e per conquistare la fiducia della committenza. Dal progetto si passava al cantiere: l’opera veniva analizzata in ogni dettaglio e, man mano che prendeva forma, si materializzava tutto l’impegno e il sacrificio. Tecnici ed operai rappresentavano i componenti essenziali di un complesso sistema artistico, nessuno poteva esimersi nell’espletare il proprio ruolo, nel miglior modo e con la massima dedizione.

Il premio finale, per quell’impegno, era spesso un fine settimana di svago con gli amici, poche ore con la ragazza o una fugace vacanza.

 Finito un lavoro, operai, imprenditori, tecnici progettisti, direttori dei lavori, venivano retribuiti con “equo compenso”, e ciò consentiva a tutti di poter investire nel proprio futuro, di acquistare macchine, software, attrezzature di lavoro, assumere personale dipendente e di supporto, in poche parole ciascuno poteva sperare di star bene nel prossimo futuro, per trasmettere ai figli, o a chiunque esprimeva volontà di fare, l’idea di poter tentare nell’impresa con un trampolino sicuro, frutto del progresso, della preparazione acquisita, dell’esperienza e del reciproco rispetto.

 Fare l’ingegnere non è difficile, è sicuramente impegnativo; impegnarsi significa assumere un obbligo, mantenere una promessa, investire energie per ottenere un concreto risultato: una scommessa con la società civile finalizzata al benessere collettivo, quello che oggi sembra solo uno slogan, una metafora scolorita ed anacronistica priva di qualsiasi senso pratico.

Vent’anni di professione non sono poi tanti, davanti a me ci sarebbero ancora molti sogni da dover realizzare – avendo dilazionato il tempo per onorare appieno una promessa – con l’impegno di un adulto che non scorderà mai i sacrifici suoi e dei propri genitori, le molteplici rinunce, su cose che oggi sembrano scontate (andare in discoteca, coltivare hobby, vacanze ecc.), tutto questo nei migliori anni della vita, quelli in cui sognare era per tutti l’unica cosa accessibile e veramente gratuita.

 Qualsiasi generazione, forte della propria esperienza, espone la sua storia con malinconica nostalgia, esaltandone gli aspetti positivi: l’educazione, il sacrificio, la voglia di vivere, la realizzazione di un progetto di vita. Chiunque di noi ricorda bene gli anni della propria gioventù, disconoscendo spesso la vita dei giovani di oggi, nel suo insieme come nei singoli dettagli. Ancora adesso sentiamo parlare dei “mitici anni sessanta” soprattutto dagli ultrasessantenni di oggi, così come i “mitici anni ottanta” sono una prerogativa degli ultraquarantenni, cui anch’io appartengo; è un gioco delle parti, l’importante è saper discriminare le differenze e valutarle in funzione della naturale evoluzione socio-culturale. Con questa premessa, possiamo senz’altro affermare che non esiste un El Dorado storico, un’epoca d’oro della felicità, ogni epoca porta con se aspetti positivi e negativi, che vengono valutati con la nostra esperienza pregressa; questo è il vero limite del giudizio: valutare senza volontà di conoscere a fondo, con il proprio passato come unico elemento di paragone.

 La mia formazione di vita o, se vogliamo, la mia educazione, hanno rafforzato in me un senso critico nella valutazione degli eventi e nella soluzione dei problemi. Un aspetto del carattere, forse a volte ridondante, che mi porta ad analizzare a fondo – questa è almeno la mia percezione – qualsiasi evento sociale, prima ancora di risolvere eventuali conflitti ed interferenze, per far si che il mio stato di benessere sia messo a disposizione per costruire ed implementare il benessere collettivo.

 Certamente, non essendo io né un santo né un missionario, cerco di portare avanti questa mia vocazione sociale senza pagarne tutte le spese. Con questo spirito, e a scanso di equivoci, espongo dunque il mio punto di vista sulla trasformazione dell’ingegneria italiana e degli attori che la rappresentano, in primis di noi ingegneri.

 Conosciamo tutti il valore dell’ingegneria italiana del recente passato, i suoi protagonisti e il contributo nella ricerca in ogni settore dell’attività umana. Questa capacità tecnica – sicuramente supportata da una passione per la professione di ingegnere – è anche il frutto di un’adeguata preparazione teorico-pratica e di una volontà dinamica di affrontare le varie sfide di una società in continua evoluzione. L’attività dell’ingegnere non può essere slegata dalle esigenze sociali del momento, è quindi necessario che si instauri un connubio tra richieste sociali e capacità tecniche, quest’ultime indispensabili per soddisfare al meglio le varie esigenze. Di qui la necessità di una rigorosa formazione accademica – dalle scuole elementari, alle scuole medie di primo e secondo grado, fino alle università -, con accesso garantito a chiunque e con selezione meritocratica, attuata durante l’intero corso degli studi. Meglio pochi ma buoni, anziché importare ingegneri dall’estero o costringere i nostri laureati a ridimensionare la loro attività a livelli parziali e marginali del settore dell’ingegneria, ovvero a doversi trasferire all’estero alla ricerca di terreno fertile per nuove ed improvvisate competenze. Grazie alla naturale flessibilità, che caratterizza il nostro popolo, l’ingegnere italiano, ancorché oggi spesso “malformato”, se la cava comunque, non in quanto ingegnere, ma per il fatto che è italiano; è un peccato non approfittare di questa “dote genetica” e non andare oltre. Lo studio tutto, e quello universitario in particolare, rappresenta un’occasione unica ed irripetibile per allenare la mente (soprattutto all’età giusta), per essere poi originali e per non annoiarsi mai. Faccio un appello, ai presidi delle facoltà di ingegneria italiane, affinché si facciano portavoce dell’evidente malessere cui versano le nostre università, frammentate in una miriade di corsi di laurea e di insegnamento, con sedi universitarie – spesso solo con qualche decina di iscritti – sparse ovunque nel territorio nazionale. Le sedi universitarie, in Italia, sono oramai dappertutto, avere l’università sotto casa priva l’alunno di quella sana indipendenza, che nel passato scaturiva dalla necessità di doversi trasferire in un’altra città, lontano dai genitori e dagli amici; il budget economico doveva bastare per un periodo prefissato, e questo favoriva la capacità di autonomia, spesso rafforzata con qualche lavoro occasionale che serviva per far quadrare i conti e per contribuire attivamente al bilancio familiare. Siamo sicuri che avere l’università sotto casa rappresenti una riduzione di spesa? Per un bilancio a lungo termine – non solo monetario – forse ciò non conviene, quindi: ripensiamoci. Il Corriere della Sera, di qualche giorno fa, riportava la notizia dell’incremento di iscrizioni alle facoltà di ingegneria italiane, questa sarebbe senz’altro una bella notizia se, a valle dell’iscrizione, ci fosse una formazione adeguata, e una società civile, quella italiana, pronta ad accogliere gli ingegneri laureati con fiducia e rispetto, e non, come accade sistematicamente oggi, trattandoli come ladri e mangiapane a tradimento, come coloro che guadagnano tanto per “qualche calcolo” e “due disegni”, tra l’altro “fatti dal computer”. Non pretendo, comunque, che tutti conoscano l’attività dell’ingegnere, le scienze che sono alla base della sua professione, il continuo aggiornamento e, non per ultimo, i costi di gestione. Faccio un esempio comparativo: un software di calcolo strutturale arriva a costare decine di migliaia di euro, contro qualche centinaia di euro di un software di scrittura di uno studio notarile. Da sottolineare, inoltre, che il notaio usa uno o, al più, due software e una calcolatrice di circa tre euro che fa le operazioni aritmetiche di base (necessaria per calcolare l’onorario minimo, ancora adottato da tutti i notai italiani), l’ingegnere utilizza decine di software, con costi di aggiornamento che costituiscono altrettante tasse annuali fisse, oltre a computer, stampanti, plotter ed apparecchiature di rilievo. Ci sono poi le spese di assicurazione obbligatoria, altre spese di assicurazione per ciascun incarico pubblico di progettazione esecutiva, spese di registrazione di contratti pubblici, spese per corsi di aggiornamento obbligatori (corsi necessari, dal gennaio del prossimo anno, per mantenere l’iscrizione all’ordine professionale e per esercitare la professione), spese di conto corrente fiscale obbligatorio, spese per contributi previdenziali obbligatori, che sfiorano il venti per cento del reddito, spese di iscrizione all’ordine professionale, spese per la firma elettronica, spese di affitto dello studio, ovvero l’IMU (o tassa equivalente) per uno studio di proprietà, spese per la TARES, dieci volte superiore alla relativa spesa per un’abitazione, spese per attrezzature e materiali di consumo, spese per l’installazione e la gestione del POS, obbligatorio dal gennaio del prossimo anno, spese per il commercialista, spese per le utenze ed altre spese in funzione della specifica prestazione tecnica. Tornando all’esempio, un notaio redige un atto in una frazione di ora, con responsabilità marginali, e spesso implicitamente demandate alle parti contraenti, per tale prestazione esige subito il pagamento dell’onorario, ancor prima della trascrizione dell’atto nell’apposito registro; la prestazione di un ingegnere segue un gestazione lunga e contorta, colpa anche del sistema burocratico italiano, con autorizzazioni e nulla-osta multipli, un’operazione psicologica non indifferente, prima ancora che una prestazione tecnica. L’onorario viene liquidato, quando ciò avviene, solamente dopo aver acquisito tutti i pareri tecnici e dopo aver concluso il procedimento autorizzativo. Per non parlare della fase realizzativa e di collaudo, che interessa anche le imprese esecutrici, oltre al responsabile del procedimento e a tutti gli organi di controllo. In Italia per completare un’opera di modesta entità (qualche centinaio di euro di lavori) occorrono anni; lavori iniziati, spesso vengono sospesi, per cause non riconducibili alla volontà e alla responsabilità dell’ingegnere direttore dei lavori; in tal caso anche l’onorario viene congelato e tutto il lavoro svolto è appeso ad un incerto destino. Ad esempio, molti cantieri pubblici sono oggi sospesi a causa della mancata liquidazione degli stati d’avanzamento dei lavori già maturati; le imprese non se la sentono di sostenere i costi dei lavori rimasti, in quanto non liquidabili dalla pubblica amministrazione, e i relativi cantieri sono nell’abbandono completo, con le nostre responsabilità sempre attive e non certo retribuite.

 Si sente dire, spesso, che un dipendente pubblico guadagna poco, è tassato alla fonte e non può evadere un centesimo, mentre un libero professionista, e anche un ingegnere, è fortunato, perché guadagna molto di più e può evadere allegramente. Quanta ipocrisia in queste affermazioni! In termini di bilancio, un dipendente pubblico lavora otto ore al giorno, il professionista ingegnere non conosce orari, con una media che non scende al disotto delle dodici-tredici ore al giorno; si porta appresso il lavoro, in quanto viene contattato a tutte le ore del giorno, senza periodi di festa o di riposo. Un dipendente pubblico che si ammala ha garantito un periodo di malattia retribuito, il professionista ingegnere che si ammala deve organizzarsi per portare avanti il suo lavoro, pagando i collaboratori ovvero recuperando il tempo di malattia dopo la guarigione, incrementando così i ritmi di lavoro. Un dipendente pubblico ha a disposizione trenta giorni di ferie retribuite, il professionista ingegnere non ha questo privilegio e, se va in “ferie”, poi deve recuperare. Al dipendente pubblico spetta una mensilità retribuita, cosiddetta tredicesima, cosa non prevista per il professionista ingegnere. Al dipendente pubblico spettano, inoltre, premi di produttività, incentivi, agevolazioni varie e, cosa più importante, uno stipendio ben definito e sicuro, che viene periodicamente stabilito dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro. Per il libero professionista ingegnere esisteva, fino a qualche ano fa, la cosiddetta Tariffa Professionale, una sorta di prezzario che rappresentava una retribuzione minima di legge, proporzionata alla tipologia e all’entità della relativa prestazione. I minimi tariffari, adottati soprattutto in ambito pubblico, erano, di fatto, dei massimi di legge, che costituivano dei riferimenti per le prestazioni professionali di ingegneria ed architettura; gli enti pubblici potevano derogare dalle tariffe con ribassi che non potevano superare il venti per cento. In tal modo veniva riconosciuta una dignità professionale, al pari delle prestazioni degli altri lavoratori, sia del settore pubblico che del settore privato. Il Ministro Bersani, mosso a mio avviso da una miope invidia sociale, con il Decreto omonimo, ha spazzato via le tariffe professionali degli ingegneri e degli architetti. Da allora si è cercato di ricreare dei parametri di contrattazione con la pubblica amministrazione, per poter stabilire l’equo compenso di una prestazione professionale. La mancanza di una storia pregressa degli onorari professionali, in regime di libero mercato, ha creato, e sta creando tutt’oggi, dei seri problemi nei rapporti con la pubblica amministrazione; la contrattazione avviene spesso sulla base dei residui disponibili nel quadro economico dell’opera, con delle sperequazioni sempre al ribasso per il professionista, che si trova nelle condizioni di prendere o lasciare, senza poter intraprendere alcuna contrattazione reale. In altri casi si fa ricorso ai bandi di gara per l’affidamento dei servizi di ingegneria ed architettura, con evidenza nazionale anche per importi a base di gara di qualche migliaio di euro, a fronte di prestazioni professionali onerose in termini di impegno tecnico, di tempi burocratici di istruttoria e di spese da sostenere.

 Anche qui gli importi posti a base di gara sono spesso casuali ed incongruenti rispetto alle attività elencate nel bando. I requisiti richiesti sono, per legge, sia di natura tecnico-organizzativa (dipendenti dello studio, attrezzature disponibili, ecc.), sia di ordine economico (fatturato in relazione alla tipologia e all’importo dell’opera), oltre al requisito di aver già realizzato opere della stessa tipologia di quella richiesta dal bando, fino alla concorrenza di un determinato importo. A questo si aggiunge la necessità di essere in regola con i versamenti contributivi (certificazione di regolarità contributiva rilasciata dalla cassa previdenziale di competenza) oltre al possesso dei requisiti generali previsti dalla legge. Si arriva al paradosso in cui molti studi professionali non possono partecipare ad un bando in quanto studi con il solo titolare o con un numero non sufficiente di dipendenti, per una prestazione professionale che potrebbe svolgere benissimo una sola persona, oppure al caso più frequente di giovani che vengono tagliati fuori dal mondo dei lavori pubblici anche per incarichi di bassa qualità tecnico-economica, che potrebbero invece costituire la naturale palestra per l’avvio della professione. Per i bandi di progettazione, si arriva spesso ad avere centinaia di offerte, con ribassi senza limite, anche dell’ottanta-novanta per cento, a fronte di una base d’asta quasi sempre sottostimata.

 Tutto questo “rigore di legge” non è poi accompagnato da un comportamento altrettanto rigoroso della pubblica amministrazione che, sguazzando nel caos, aggiusta la norma a modo suo e, d’altra parte, nessuno al governo nazionale fa nulla per cambiare queste scellerate norme. Per fare un confronto con gli altri paesi europei, basti sapere che in Germania sono tutt’ora vigenti le tariffe professionali per gli ingegneri e gli architetti, che sono state recentemente aggiornate e non abrogate come da noi. Evidentemente i tedeschi riconoscono la dignità dei lavoratori autonomi, ben sapendo che è meglio scaricare le spese del Welfare, non attaccando i lavoratori autonomi che pagano le tasse e che finora non hanno preteso nessuna tutela e nessun ammortizzatore sociale; un “do ut des” accettato da tutti, al riparo di qualsiasi invidioso sociale animato da velleità distruttive.

 L’ingegnere in Italia, anche ai tempi in cui la formazione era rigorosa e selettiva, è stato comunque sempre bistrattato, sia come libero professionista (considerato un privilegiato, colui che guadagnava tanto senza sudare, reminescenza, questa, di un’Italia rurale che pesava il lavoro dai calli delle mani e dalle camicie macchiate di sudore), sia come dipendente di un’impresa o dell’industria (ancora oggi gli ingegneri vengono retribuiti al pari, o anche meno, di geometri o periti industriali, tanto debbono solo firmare e la legge, da sempre, non fa differenze); i dipendenti pubblici ingegneri sono anch’essi inquadrati in ruoli anomali, con responsabilità senz’altro non riconosciute e non retribuite rispetto agli altri lavoratori; un ingegnere impiegato civile del Ministero della Difesa, ad esempio, guadagna persino la metà di un maresciallo di pari qualifica, con le medesime mansioni e con responsabilità spesso ridotte. Per molti giovani professionisti, e per altri non più giovani, non c’è via d’uscita, inquadrati spesso come liberi professionisti – titolari di partita IVA – che lavorano non in forma automa, bensì alle dipendenze di altri studi professionali; questi professionisti fungono da ammortizzatori fiscali per le esigenze contabili di coloro che li sfruttano.

 Gli ingegneri dipendenti dell’industria vengono inquadrati nel lavoro con contratto di metalmeccanico di quinta-sesta categoria, non è previsto per loro un diverso riconoscimento delle competenze tecniche e delle responsabilità rispetto ad un perito industriale o ad un qualsiasi diplomato. I sindacati – che stipulano i contratti collettivi nazionali di lavoro – ancora oggi rinnegano di fatto il lavoro intellettuale, uniformando tutti i lavoratori in una mescola amorfa che non tutela nessuno.

 

E così, dopo questo lungo racconto, si può comprendere il perché l’ingegnere italiano viene invitato ad andarsene dal suo Paese; i governi politici sono sordi al richiamo di migliaia di professionisti ingegneri che chiedono solamente di lavorare con dignità e professionalità, di ristabilire una logica meritocratica, nei limiti del possibile e con le scarse risorse di cui disponiamo. Non disperdiamo la nostra tradizione storica, per una diaspora senza ritorno che porterà solamente caos e miseria.

 

L’ingegnere è un dono di Dio, e un popolo che odia gli ingegneri odia anche il Creatore; perciò, al diavolo gli invidiosi sociali! Io la mia parte la farò, nessuno potrà mai interrompere quel sogno, iniziato molti anni fa nei banchi della facoltà di ingegneria di Roma: i miei compagni di studio, che non ho più rivisto, le calde giornate d’estate passate a studiare, il giorno della laurea, la stretta di mano con i professori della commissione, l’immagine di mia madre che piangeva dalla gioia, la libertà racchiusa in quel giorno, quella meritata libertà che porterò sempre con me, per gridare grazie! Sono fiero di essere un ingegnere italiano! Cari colleghi, riprendiamoci il Paese! Gli sciacalli che ci hanno ferito svaniranno come le ceneri di un fuoco di paglia, e noi torneremo ancora più forti, per servire il nostro popolo, per la nostra vita, per i nostri figli, per la nostra libertà.

 Pietro Francesco Nicolai, un ingegnere italiano.

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